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La domenica del villaggio: Macron, la caduta di Siena, Verdone

- 14/01/18

Per quanto concerne la rubrica cultural-domenicale di oggi, ecco il ricco menù: una riflessione sulla politica estera francese nell’era-Macron, con il ritorno alla grandeur; poi – in previsione della ripresa della trasmissione del martedì – qualche pillola (ai più certo sconosciuta) sulla fase finale della Repubblica senese (aprile 1555), tanto per darsi, anche in questa rubrica, alla Storia municipalistica; infine, un argomento ben più soft: recensione dell’ultimo film di Carlo Verdone, uscito giovedì scorso con grande battage pubblicitario.

Buona lettura a tutti, dunque!

RITORNA LA GRANDEUR: MACRON IL GRANDE?

Di Macron si può dire tutto ed il contrario di tutto (lui stesso su molti temi è ambiguo, ed il suo “en meme temps” è diventato una sorta di tic linguistico-politico), ma almeno qualche punto fermo c’è, soprattutto in politica estera: la politica di grandeur francese è tornata a soffiare forte, fortissima, dopo il periodo di oscuramento hollandiano, con la Francia incapace di reagire alle stragi del 2015 se non con irrisolti interventi africani.

In Libano, la crisi – innescata dai sauditi – legata al Premier Saad Hariri, l’ha bellamente risolta Macron, con un colpo di mano diplomatico che ha riportato il “premier riluttante” Hariri a Beirut; con il Qatar messo all’indice dai Paesi del Golfo per la poca collaborazione contro il terrorismo (sauditi in primo luogo, con sfacciataggine imbarazzante), affari a palate – 12 miliardi di euro! -, all’insegna del business is business (militare), ma non solo: serve un bilanciamento allo “strano terzetto” USA-Israele-Arabia saudita, e si potrebbe continuare per non poco.

Approfittando con abilità e razionalità, insomma, della latitanza in politica estera della Germania (per i ben noti problemi interni, forse in via di risoluzione dopo prolungato stallo), nonché dell’isolazionismo british (un po’ voluto, un po’ subito dal post-Brexit), la Francia di Macron sfrutta a modo suo l’horror vacui europeo, e torna protagonista assoluta, nel Continente, senza peraltro rompere con gli USA, come invece aveva fatto Chirac (peraltro lodevolmente, vedasi l’opposizione alla scellerata invasione dell’Iraq nel marzo del 2003).

De Gaulle è lontano, per ora; ma, in senso opposto, anche Hollande…

LA CADUTA DELLA SIENA REPUBBLICANA: 21 APRILE 1555

Martedì sera (Siena tv, ore 20, as usual) si parlerà del Capitolo VIII del grande libro di Roberto Cantagalli “La guerra di Siena (1552-1559)”; i Capitoli, a dirla tutta, sono 10, ma gli amici ilcinesi ci perdoneranno se gli ultimi due – quelli concernenti l’esilio a Montalcino – li sintetizzeremo insieme, in un gran finale assegnato all’augusto padre.

Il Capitolo VIII, invece, se l’è ritagliato lo scrivente, perché non ha saputo resistere alla tentazione di narrare in prima persona la caduta della Repubblica di Siena, dopo avere appaltato ad altri eccellenti oratori le 7 puntate precedenti.

In questo ultimo, drammatico, Capitolo, si narra quindi il periodo che va dal gennaio del 1555, al fatal 21 aprile del medesimo anno, allorquando ci fu il passaggio del fronte, ed i Medicei entrarono, da Porta Romana, in città; talmente tante sono le cose notevoli – e crediamo non troppo conosciute – da raccontare, che per 3 domeniche le racconteremo sul blog.

Oggi iniziamo con un qualcosa che, certo, getta un’ombra su almeno una parte della comunità senese del tempo, comunità che, pure, seppe in generale compiere atti di puro eroismo, come segnalato da chi ha esposti i Capitoli precedenti.

Ebbene, scrive il Cantagalli – a proposito di ciò che accadde all’indomani del “regime changing”, cioè quando la Repubblica per l’appunto cadde in mano ai Medicei – che dopo mesi e mesi di assedio (in forma più blanda, era iniziato nel gennaio dell’anno precedente!), dopo il dramma inenarrabile delle “bocche inutili” (anche bambini) sospinte a forza fuori dalla città per penuria alimentare, all’improvviso Siena si riempì di cibo. Cibo che non arrivava dall’esterno, no: veniva dall’interno della cerchia muraria!

Erano alimenti che erano stati nascosti, venduti al mercato nero, e che adesso – con i salmieri fiorentini alle porte – rischiavano di perdere quell’indecente mercato che evidentemente aveva prosperato in città, anche nel momento supremo. “Ogni vergogna diposta”, è proprio il caso di dire…

“BENEDETTA FOLLIA”, E BENEDETTO BOTTEGHINO

Doppia premessa: quando si entra in un cinema strapieno, è sempre un bel segnale, quasi a prescindere; in secondo luogo, Carlo Verdone non lo scopriamo nel 2018: anche la sua ultima opera è garbatamente divertente (senza superlativo, si noti); la sceneggiatura scorre piuttosto bene, con tanto di colpetto di scena finale; fra gli attori, si segnala soprattutto una Maria Pia Calzone mostrata in un autentico crescendo di bellezza.

Resta però il fatto che “Benedetta follia” – commedia sentimentale, con classicissimo (qui il superlativo va scomodato) colpo di scena finale – è un prodotto confezionato ad arte per il botteghino (chapeau per questo, sia chiaro), ma vorremmo sommessamente far notare la scontatezza, a tratti imbarazzante, dei personaggi di contorno (e non solo di quelli, forse), nonché la tipizzazione antropologica iperprevedibile (la procace veneta che beve come una spugna, la borgatara romana volgare all’ennesima potenza, e via discorrendo).

Si esce certo gratificati per il lieto fine, ci mancherebbe (per un cinefilo, c’è anche il latente senso di colpa di essere entrati, dunque ci si ripromette di assaporare al più presto almeno parte della trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni).

Carlo Verdone pone se stesso come un ideale continuatore della maschera che fu quella di Alberto Sordi; beh, arrivato ormai ad età assai matura, del simpaticissimo Carlo Verdone una cosa si può ben dire: salvo scatti, sussulti da carriera terminale, l’allievo non ha saputo superare il maestro. Per meglio dire: non si è neanche avvicinato all’Albertone nazionale…

4 Commenti su La domenica del villaggio: Macron, la caduta di Siena, Verdone

  1. anonimo scrive:

    Ma Professore
    La repubblica di Siena cadde perche’ con la scoperta della nuova via per l’america, diminuirono di molto i traffici . E la sua via, La cosidetta francigena, si dissecco.
    Bando al pietismo, mettere fuori le bocche inutili fu un atto eroico. Anche se non risolse nulla. Bisognerebbe che ogni amministratore sapesse prendere le decisioni necessarie anche se eticamente ingiuste, e chi le prese non è condannabile.
    Ecco oggi è in atto il processo inverso, sta avanzando la via della seta. Avremo una veloce marginalizzazione delle americhe. E i nostri governanti che fanno, mandano via le bocche inutili, vecchi e giovani. Cosa che non risolve nulla. Forse sarebbe meglio rafforzare i rapporti con l’est invece di ricevere il novello Napoleonino, che propio non è utile a nulla.

  2. Anonimo scrive:

    Se poi si confronta (il film di Verdone) con “Tre manifesti a Ebbing Missouri” il giudizio è quasi sconfortante

  3. Francesco Aldo Tucci scrive:

    Per chi fosse interessato a seguire la politica francese, segnalo la bella e gratuita newsletter di Francesco Maselli, https://francescomaselli.net/la-newsletter/ (ma fate una donazione se potete!). Per chi non lo conoscesse, Maselli aveva seguito e raccontato con attenzione e scrupolo la campagna elettorale presidenziale d’oltralpe.

  4. Andrea scrive:

    c.a. primo anonimo. La sconcezza non furono i tentativi di allontanare le bocche inutili ma di scoprire che a fine guerra saltassero fuori le cibarie nascoste. Questo si che è avvilente!

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