Eretico di SienaLa domenica del villaggio: Frugoni, Spaak, XXV aprile - Eretico di Siena

La domenica del villaggio: Frugoni, Spaak, XXV aprile

Eccoci al consueto appuntamento con la rubrica cultural-domenicale del blog, pezzo che chiudiamo poco dopo il successo elettorale di Macron in Francia, del quale ovviamente si riparlerà a tempo debito; tre gli argomenti odierni: la scomparsa di due donne le quali, nei rispettivi campi, hanno lasciato un segno importante (la Spaak e la Frugoni), più una riflessione sul XXV aprile (oggi XXIV aprile, invece, si commemora il genocidio del popolo armeno da parte dei turchi, per essere precisi).

 

CHIARA FRUGONI, QUANDO L’IMMAGINE SI FA HISTORIA

Lo scorso 10 aprile, ci ha lasciati la professoressa, scrittrice e divulgatrice di qualità Chiara Frugoni; nata a Pisa nel 1940, figlia dell’insigne medievista Arsenio, per molti anni moglie di Salvatore Settis (quando si dice un connubio di alto livello culturale!); questa, in estrema sintesi, la nota biografica, cui si aggiungerà una stimolante chicca in conclusione.

Molteplici i meriti culturali di questa figura: il sapere coniugare rigore di ricerca e brillantezza di divulgazione (rara avis – non si dirà mai abbastanza – per buona parte del mondo accademico); l’avere sottratto San Francesco d’Assisi dall’agiografia cattolica – a partire dalle stimmate -, che è sacrosanta a livello spirituale, ma davvero urticante quando pretenderebbe di farsi Storia, riconducendo l’alter Christus in una dimensione prettamente storiografica; infine, ciò che sicuramente è più importante – giacché è una indicazione che oggi, a qualunque livello didattico, si dà per acquisita, ma prima del suo magistero così non era -, vale a dire il considerare le immagini, gli affreschi medievali in particolare, come un ambito di pienamente legittimo scandaglio storiografico. Sembra scontato dirlo, qualche decennio fa lo era molto, molto meno.

In un bel ricordo sul Domenicale del Sole 24 ore (17 aprile, pag. 9), curato dal professore dell’Ateneo senese Marco Mascolo, si ricorda un passaggio poco conosciuto della biografia della Frugoni; si ricorda l’esperienza “di quando, da giovane, fu in sanatorio per curare la tubercolosi. Quelle lunghe giornate le avevano insegnato molto…”. Le avevano insegnato a guardare, come poi lei ha insegnato a molti a sapere guardare i dettagli, ed a leggerli nel contesto storico di riferimento.

Come Alberto Moravia, quindi, anche per Chiara Frugoni l’esperienza della tubercolosi fu un ex malo bonum, un’esperienza dalla quale entrambi seppero uscire accresciuti, impiegando al meglio il lungo tempo della degenza (Moravia diceva di avere conosciuto i classici russi, in quel periodo): dedicato a chi – a fronte di giovani e di adulti che hanno trascorso lock down e quarantene a cazzeggiare (ci si scusi lo stilnovismo) sul divano, con social e playstation in mano – ha ancora la sfrontatezza di dire che, tutto sommato, è meglio adesso di prima…

 

XXV APRILE: LE PAROLE DI GIAIME PINTOR

Questo commento cerca di portare avanti un’impresa a dir poco improba: parlare del XXV aprile di questo 2022, senza entrare nei meandri della polemica politica dell’hic et nunc, stretta fra il richiamo del Presidente Mattarella ed i Pagliaruli del caso (anche perché, tra l’altro, se ne è già scritto nel pezzo settimanale); guardiamo ciò che c’è di buono: dopo decenni, si parla di questa data in modo non solo divisivo (oggi lo è anche per la Sinistra, lacerata anche su questo: altro cadeau del 24 febbraio), ma con concreti agganci – che potremmo definire “esistenziali” – rispetto all’oggi.

Noi, come ogni anno (i lettori attenti lo sanno), abbiamo tirato fuori il nostro Vangelo sull’argomento: “Una Guerra civile Saggio storico sulla moralità della Resistenza” (Bollati Boringhieri, settembre 1991), di Claudio Pavone, il saggio che, infrangendo un tabù fino ad allora inscalfibile per gli ex resistenti e per i loro corifei, documentava come la Resistenza fosse stata (anche) una “guerra civile”; sì, ciò che accadde tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 fu anche, e soprattutto, questo.

A pagina 563, ho trovato uno stralcio dell’ultima lettera che Giaime Pintor mandò al fratello Luigi, prima di schiantarsi su di una mina; così definiva il popolo italiano, l’intellettuale fattosi soldato:

“fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre pronto a cedere a una viltà o a una debolezza”; dopodiché, esprimeva un anelito di speranza per il fatto che “oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento”.

Di fronte al coraggio ed anche alla lucidità di Giaime Pintor, crediamo oggi doveroso – e non solo oggi –  inchinarci; anche perché – diciamocela proprio tutta – morire per gli italiani – lo si dice con profondissima amarezza – è veramente un atto di fede troppo generoso…

 

CATHERINE SPAAK, E QUELLA VOGLIA MATTA

Nata nel 1945, e scomparsa in settimana, Catherine Spaak ha interpretato – da adolescente o poco più – un’Italia in profondissimo e radicale cambiamento: economico e sociale, a causa del cosiddetto “boom” (1958-1963, secondo la periodizzazione più accettata), ma anche del costume, in un Paese che si stava affrancando dal conformismo democristiano-papalino imperante soprattutto fino al magistero di Pio XII (morto nel 1958).

Negli anni Novanta, dopo tanti film e non solo, il suo programma televisivo del sabato sera “Harem” costringeva anche i maschietti, se accompagnati, a sorbirsi le confessioni sentimentali delle ospiti della affabile belga (si era sulla Raitre di Angelo Guglielmi, e dopo “Harem” c’era un autentico programma cult, condotto da Sandro Paternostro, con uno straordinario Oreste De Fornari e un ancora decente Fabio Fazio).

In memoria della Spaak, in settimana ci siamo rivisti “La voglia matta”, gioiellino – datato 1962, per la regia di Luciano Salce in stato di grazia -, nel quale un industrialotto 40enne – il tipico vincente, con la testa sulle spalle – perde letteralmente la testa per una 16enne – la Spaak, per l’appunto -, facendosi umiliare da lei e dalla sua combriccola di figli di papà, riunita in una villetta sulla spiaggia.

La Spaak è efficace nel rendere questo atteggiamento lolitesco, tale da fare abdicare alla propria dignità lo straordinario Ugo Tognazzi, il quale arriva a tagliarsi il baffetto ben curato, pur di tentare pateticamente di non sembrare più un “matusa”; lei sfarfalleggia fra i coevi amici e il maturo industriale, irretito dalle sue moine; lui, da par suo, resiste ben oltre la soglia della decenza, fino ad arrendersi solo quando non ha altre vie di uscita, dopo essersi svegliato da solo sulla spiaggia, con un ridicolo copricapo da indiano in testa (memorabile la colonna sonora, curata da Ennio Morricone, con “Sassi” di Gino Paoli e il tormentone “Brigitte Bardot”, mentre, come attore, c’è anche una curiosa partecipazione di Jimmy Fontana).

La Spaak insomma è stata attrice, cantante (“Quelli della mia età”, “Noi siamo i giovani”), come detto anche apprezzata conduttrice televisiva; nonché protagonista di casi di cronaca che fecero scalpore: fu arrestata, 17enne, per essersi allontanata con la figlia – avuta dall’attore Fabrizio Capucci, conosciuto proprio sul set de “La voglia matta” -, con la bambina che le fu sottratta.

La Spaak è stata una di quelle donne, attraverso la cui biografia le vicende dell’emancipazione femminile in Italia hanno fatto passi avanti: lei, assai probabilmente, dei suoi guai avrebbe fatto volentieri a meno, ma di certo fu felice del fatto che la sua vicenda, insieme ad altre, abbia reso più difficile lo staccare una figlia dalla madre.

 

Ps Martedì – alle ore 17,30 in Sala storica della Biblioteca comunale – si terrà l’ultimo appuntamento di aprile con la Letteratura: dopo Tabucchi e Verga, si parlerà di Pier Paolo Pasolini, presentando l’ultima fatica di Francesco Ricci ( “Lessico essenziale Introduzione a Pasolini in 33 voci”, Primamedia editore); interverranno la professoressa Filomena Cataldo, l’autore stesso ed ovviamente lo scrivente.

12 Commenti su La domenica del villaggio: Frugoni, Spaak, XXV aprile

  1. GRANDESTATISTICO scrive:

    Caro Eretico, corro il rischio di approfittare dello spazio del blog, ma il problema dei giovani ed il lavoro oggi, ed in prospettiva futura, recentemente introdotto, interpella troppo il cuore e le menti anche degli autentici liberali nelle cui file immodestamente ritengo di schierarmi. Pur non conoscendo in dettaglio la situazione di Siena (anche perché vivo altrove), mi limito ad osservare, sul tema specifico dei lavoratori stagionali infruttuosamente ricercati da alcuni datori di lavoro, che probabilmente i trattamenti economici sono molto più generosi per come sbandierati che nella realtà, per quale in genere mi è nota. A molti sarà accaduto frequentando i supermercati, quindi realtà non strutturalmente stagionali, di incontrare personale giovane in genere corretto e disponibile e, nonostante ciò, di non incontrarlo più dopo qualche tempo, magari incontrandone altro nuovo, confermandosi così che le prestazioni del precedente erano necessarie e non frutto di contingenza organizzativa. Questo è un risultato della “precarizzazione del lavoro” elevata a sistema . A chi giova ? Sicuramente ai datori di lavoro che retribuiscono i giovani impegnati in tali “stage” con trattamenti economici quasi sempre inferiori al reddito di cittadinanza, tanto per avere un riferimento. Ovviamente tali periodi di attività non sono utili ai fini pensionistici dei giovani coinvolti. Un’ infima percentuale dei quali riesce a farsi assumere a tempo indeterminato . Il legislatore (in particolare con il “jobs act” di Renzi che ha implementato il fenomeno) si è ripulito la coscienza ponendo un limite di durata a ciascuno “stage”. In altri settori di attività, si praticano assunzioni a tempo determinato, magari reiterate per lo stesso lavoratore quando si dimostra utile, con applicazione di contratti di lavoro nazionali e contributi pensionistici . C’ è una costante che accomuna i vari settori d’ impiego non pubblici che si presentano ai giovani: la mensilità di lavoro provvisorio costa al datore di lavoro meno della mensilità dello stesso lavoro se svolto da un dipendente fisso. Essendo chimerica la prospettiva del posto di lavoro stabile, chiunque può intuire quanto ciò agevoli nei giovani la propensione a rendersi autonomi dalle famiglie d’origine. Il problema della denatalità attraversa quasi tutta l’ Europa: tra i paesi più popolosi Francia e Germania pare, però, che stiano riuscendo ad invertire la rotta mentre per l’ Italia la situazione è sempre sconfortante . E’ vero che, paradossalmente, una parte di denatalità è frutto dell’ innalzamento del livello di benessere diffuso . Pare però innegabile che in Italia la denatalità sia in buona parte frutto dell’ insano rapporto tra lavoro e giovani, certamente non addebitabile solo a questi.

  2. Paolo Panzieri scrive:

    Catherine Spaak è stata soprattutto una donna di classe. Una di quelle donne che non hanno mai avuto realmente bisogno di emanciparsi (i.e. liberarsi del “mancipium” ovvero del potere, che in realtà per le donne si chiamava “manus”, del padre o del marito), perché nata libera. In un panorama ormai omologato al trash ed alla banalità piatta del conformismo televisivo, rimpiangeremo la sua sottile ironia ed il suo sorriso enigmatico.

  3. MARIO ASCHERI scrive:

    bel ricordo della Frugoni, di cui ricorderò che con Odile Redon fu con noi per dubitare del Guidoriccio…invano: ‘corporazione'(non si offendano!) degli storici dell’arte compatti contro Moran!chiara ha convinto il Mulino a fare libri illustrati, merito non da poco! Ne fa meno impegnati con poche prospettive di realizzo, temo.
    Storia Ucraina dimostra l’ambiguità permanente e inguaribile ‘per li rami’ della tradizione culturale comunista. Partigiani dell’Ucraina non hanno diritto a un aiuto di armi, come lo ebbero invece di partigiani nostri, che non vinsero armati di grissini…o brioches se si preferisce! Ma oggi devono dimenticarlo.

  4. Falce e Martello scrive:

    Questa è la festa della liberazione Italiana. Cosa c‘ entrano le bandiere dell‘ Ucraina e della NATO? Il PD mi fa schifo. Viva il PCI e viva i nostri fratelli della grande madre Russia.

  5. Vedo nero e basta scrive:

    25 aprile. Non so se i partigiani di allora, vedessero a cosa è ridotta la scena politica attuale, rifarebbero quello che hanno compiuto con eroismo e disprezzo della morte. La Liberazione, episodio storico auto accreditatosi immeritatamente dal PCI come fosse stata l’unica parte politica attiva nella lotta contro i nazi-fascisti. Anni successivi a nascondere i misfatti compiuti da certi partigiani nel triste “triangolo della morte” Bologna-Reggio Emilia-Ferrara, i gulag, le purghe nella Patria della Libertà del “Padre Stalin”, l’eccidio di Porzus da parte dei partigiani comunisti italiani e titini, le foibe e tante altre vendette ingiuste che hanno macchiato un grande evento come la Resistenza. Anni di omertà, dimenticanza di tanti misfatti che sono venuti alla luce dopo tanti anni. Giusto festeggiarla, ma io non vorrei più vedere tutte quelle bandiere rosse come se la Resistenza l’abbiano fatta solo loro ed ancora se ne prendano esclusivamente il merito. Un piccolo particolare infine: si parla troppo poco di quei tanti soldati italiani che si trovarono prigionieri in balia dei tedeschi dopo che, dopo l’8 settembre ’43, il “Re Tappo” scappò a Pescara ed a cui toccò fare almeno tre anni di “villeggiatura” in “comodi” campi di concentramento, se non uccisi perché non volevano arrendersi ai tedeschi. Gli venne proposto di aderire all’esercito tedesco come i “repubblichini”, in caso contrario sarebbero rimasti prigionieri nei campi con evidente futuro rischio della vita, ma in grandissima parte rifiutarono. Anche questa è stata Resistenza, ma la cosa mi sembra sia stata sempre messa in secondo piano. Quante ingiustizie, omissioni, falsità, appropriazioni immeritate offendono questa importante data della nostra Storia! Fine chiudo il discorso, purtroppo un po’ prolisso.

  6. Vedo nero e basta scrive:

    Continua la guerra per procura tra il “boia” Putin e Rimbambiden con il popolo ucraino che continua a soffrire, l’Europa sempre più preoccupata per la propria economia con qualche poco velata defezione, Orban in testa. Non voglio difendere Putin, che è un boia, ma il miliardario Arteriobiden ha fatto poco per aiutare la diplomazia a trovare un compromesso, tutt’altro. Cosa direbbe Biden se gli mettessero delle testate nucleari a Cuba? Sarebbe contento? L’unica che se la gode è la Cina che specula sull’indebolimento economico della Russia, dell’Europa ed in parte degli USA; presumo che stia facendo un pensierino per riunire Taiwan alla Cina. Fantapolitica? Forse si, forse no.

    • Eretico scrive:

      Caro Vedonero e basta,
      da atlantista (critico, se del caso), ti faccio i complimenti per il “Rimbambiden”, che è notevole (se non è farina del tuo sacco, bravo lo stesso ad averlo ripreso).

      Quanto a Cuba, sappiamo come andò, in quell’ottobre di giusto 60 anni or sono (1962): si lambì la Terza Guerra mondiale, certo, ma non mi risulta che gli States, poi, abbiano invaso Cuba (peraltro, un mezzo tentativo fallito c’era già stato, va pur detto).

      Ps Senza alcuna ironia, anzi, penso che il piccolo malore occorso allo storico Marcello Flores – come riportato dalla odierna Nazione – al termine della celebrazione di ieri, faccia capire al meglio le inedite, fortissime, lacerazione intestine sul XXV aprile a Sinistra…

      L’eretico

      • Roberto scrive:

        Ad addendum, caro Eretico: in Ucraina non ci sono testate nucleari. Il paragone con Cuba, che tanto piace ai filoputiniani, o ai semplici equidistanti, non regge.

  7. Cecco scrive:

    Per adesso mi sono fatto una certa idea su questa maledetta guerra e sulle sue molteplici cause: Putin e Biden sono due personaggi fuori dal tempo, si comportano come se il 1989 non fosse esistito, in realtà sono i reduci di due imperi: quello sovietico ormai decaduto e quello americano in piena crisi che cercano di giocarsi le loro ultime carte di potenza mondiale sulla pelle degli abitanti di uno stato guarda caso frutto proprio del periodo post-1989. Se fossimo osservatori non coinvolti, magari provenienti da un altro pianeta, non potremmo non vedere che le vere cause di questa guerra sono proprio le velleità imperialiste dei due figuri, con tutto il rispetto per gli ucraini, che sulla loro pelle sono costretti a giocare una partita che non è soltanto la loro.

  8. Holden Caulfield scrive:

    Impareggiabile Editoriale di Ferrara sul Foglio di oggi:

    “La storia della Terza guerra mondiale è una gran boiata. Putin arriverà a un accordo diplomatico, appena prima dell’Apocalisse

    Non ci credo e non mi adeguo. Si fa un gran parlare della Terza guerra mondiale, l’escalation, il nucleare, eccetera. Mi sembra una boiata, una gran balla, una propalazione per il re di Prussia. Il Cremlino fa sapere che per il Donbas e la ratifica della Crimea è disposto a divorarsi il pianeta a forza di nuke. E noi dovremmo crederci. Ma via, mica siamo ragazzini. La Nato interferisce in via indiretta, fornendo armi a un popolo e a un esercito e a brigate internazionali eroici, che si battono per la libertà e l’indipendenza della patria piccolo russa. Ovvio che sia così. Vi pare che Europa occidentale, Nato e Stati Uniti possano accettare una guerra di invasione contro un paese europeo di oltre quaranta milioni di abitanti che vuole vivere in pace al fianco di altri paesi liberati dall’incubo dell’imperialismo sovietico? A questo ovvio ci arrivano tutti, i cinesi, gli indiani, i pachistani, i turchi, i giapponesi e aggiungerei i russi, quelli come il vicepresidente di Gazprombank che si sono uniti alla resistenza, quelli come Anatoli Chubais che hanno defezionato, e tutti quelli, in particolare nell’armata di Putin e nei suoi servizi di sicurezza, che stanno subendo un’umiliazione tanto cocente da cancellare anche il ricordo di Stalingrado. Un tiranno kitsch che ha l’unica arma vera del gas a disposizione, ed è un’arma a doppio taglio, che ferirebbe lui come e forse più che noi, non è in grado, per quanto seduto su vent’anni di falso consenso, di talk-show e telegiornali ostinatamente mendaci, quasi come quelli di (Urbano Cairo), di scatenare l’Apocalisse. Tutti i discorsi su Hitler e il Lebensraum, lo spazio vitale, vanno a farsi fottere di fronte all’inezia tragica di una regione mineraria sottoposta a massacro. E la conquista del Mar Nero è ridicola di fronte all’occupazione di Parigi, alla campagna contro l’Inghilterra a suon di bombe su Londra, alla spartizione della Polonia con Stalin, alla violazione della neutralità di Olanda e Belgio, all’“asse Roberto” (Roma Berlino Tokyo), che pure fece la fine che ha fatto dopo il fallimento dell’operazione Barbarossa. Ma stiamo scherzando? Con le parole, stiamo scherzando, più che con il fuoco. La capacità di mutuo annientamento è stata e resta la suprema garanzia del fatto che nessuno, tantomeno un Putin paranoico, è in grado di premere quel grilletto. Il bluff è patente, e non c’è nemmeno bisogno di andare a “vedere”. Putin cercherà un modo per non uscire con le ossa rotte dalla schifosa faccenda in cui ha messo se stesso, la Russia e l’Europa, via Ucraina, e se la Germania, dico la Germania, gli manda contro i suoi tank ben strumentati per colpire in terra e in aria, ci farà un pensiero, non un pensiero nucleare, un pensiero convenzionale. L’unico possibile, salvarsi la faccia, salvarsi la vita e salvaguardare parte del suo potere, e trovare un accomodamento vista la mala parata. La deterrenza è una cosa seria, le sanzioni sono una cosa seria, il gas è un problema di interdipendenza energetico-finanziaria, e passo passo questi elementi si fanno strada e fanno luce su tutta la loschissima faccenda il cui costo maggiore, sanguinoso, pesa sulle spalle non inermi degli ucraini bene armati e sostenuti dagli occidentali. Non bisogna farsi distrarre dal chiacchiericcio russofilo, dalle scemenze pseudopacifiste, non bisogna affidarsi alle anime belle, bisogna ragionare in base ai fatti, e l’unica conclusione è che a tempo debito e nel modo giusto un negoziato metterà fine a questa carneficina, a questa inutile strage, solo e soltanto per la forza mostrata nella resistenza all’invasione e al tentativo di scardinare la pace mondiale con una guerra regionale e nazionale che oltre a farci inorridire, fa pena per chi l’ha cominciata e sarà costretto a terminarla molto prima del momento dell’Apocalisse.”

    • Paolo Panzieri scrive:

      Questa è senza dubbio la mano di poker più pericolosa della storia dell’umanità … ed il fatto che il nostro campione sia piuttosto rincoglionito non è affatto tranquillizzante.
      Speriamo tanto che stavolta l’Elefantino c’abbia preso.
      Se non fosse così, prima del fallout che fissi per sempre la nostra immagine sulla parete del salotto, almeno avremmo letto un bell’articolo, veramente ben scritto.

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