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Laerte…

- 31/01/24

Questo è un pezzo monografico dedicato a Laerte Mulinacci, che ci ha lasciato prematuramente fra sabato e domenica, a pochi metri da Porta Tufi, ed a poco più da casa sua: una morte – sulla cui dinamica, certezze non ci sono – la quale ha lasciato attonita la comunità senese; molti ne hanno già scritto, anche persone che lo conoscevano senz’altro molto meglio di me: questo blog si accoda, volendo solo portare un mattoncino in più al ricordo del giovane uomo, e proponendo un qualcosina in sua memoria, se sarà possibile concretizzarla…

TANTI ANNI OR SONO

Ho solo qualche ricordo, ormai lontano o lontanissimo, di Laerte, soprattutto legato alla zona della sua casa avìta, in quella parte della campagna dei Tufi, la quale così tanto piaceva a Federigo Tozzi, al tartuchino Giulio Pepi, e a tanti altri ancora.

Per molti anni (e qualche volta anche oggi, a Dio piacendo) ho preso proprio la casa del padre Lorenzo, e dunque di Laerte, come personale punto di approdo podistico: si arriva lì, giusto fino ad uno spiazzettino una manciata di metri oltre il cancello, e poi si gira, per tornare verso la Porta, dopo la Strada del mandorlo che è sempre ben probante; è proprio in questo tragitto, che più di una volta mi è capitato di trovarlo, da ragazzino (lui): saluti, sorrisi, una battuta al volo, magari rantolando per la fatica (io).

Sentendo gli amici del padre che ne parlavano, però, c’è sempre stata una curiosità che mi colpiva: Laerte veniva presentato come un ragazzo con la verace passione dello studio; con la passione della musica, anche classica, la passione per il clarinetto in particolare: non che fosse cosa clamorosa, intendiamoci, ma sapendo che Lorenzo non era mai stato particolarmente dedito allo “studio matto e disperatissimo”, ciò mi colpiva e mi incuriosiva assai. E colpiva ed incuriosiva un po’ tutti.

 

IL FUNERALE, LAICO

Veniamo all’oggi, anzi a ieri. Il funerale di Laerte, per prima cosa, è stato un funerale laico: non in chiesa, ma nella Sala delle Vittorie della Tartuca; non officiato, quindi, da un sacerdote, bensì da una pluralità di persone – al defunto in vari modi legate -, con il Priore Simone Ciotti  a rompere quel ghiaccio, figlio della tensione e del dolore.

Ciotti ha concluso – riuscendo a fare trasparire l’emozione, senza farsene però travolgere fino in fondo -con un richiamo all’unità della Contrada, nel segno di Laerte: nei momenti più duri, una comunità – se tale vuole davvero essere – deve unirsi, non subire forze centrifughe. Sarà cosa retorica e scontata da dire, anzi lo è: ma era al contempo giusto, giustissimo il ribadirla.

La Sala era piena, strabocchevole; ed anche nelle immediate adiacenze, all’esterno, si era formata una massa di persone, che in silenzio ascoltavano i vari interventi: pronunciati dagli amici della Contrada, dalle colleghe dottorande dell’Università di Firenze, dagli amici – suoi, e del padre – della tifoseria della Robur calcio.

Si è citato Italo Calvino, con la sua notoria teoria della leggerezza che non è sinonimo di superficialità; si è citato financo l’Alighieri, in questo curioso connubio senese-fiorentino, fino ad arrivare ai Nomadi del “Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora m’ascolti, che come allora sorridi”.

La rigorosa laicità della cerimonia funebre – al di là di tutto il resto – ha un indubbio vantaggio sulla cerimonia religiosa: non essendoci una precisa liturgia da seguire, c’è più spazio e tempo – molto più spazio e tempo – per le parole dedicate a chi ci ha lasciato, cosa che avviene solo in minima parte – quando avviene – durante le esequie religiose, allorquando durante l’omelia l’officiante dedica poche parole, spesso di mera circostanza, al defunto (discorso generale, giacché siamo sicuri che don Floriano – correttore della Contrada – avrebbe saputo trovare parole ben calibrate, da par suo, in questa luttuosa occasione).

Per molti, è stato il primo funerale non religioso: un autentico primum, che rende ancora più memorando il tristissimo momento.

 

ERA SBOCCIATO

Ho scritto prima che conservo ancora qualche sparuto ricordo del Laerte giovanissimo, mentre l’avevo pressoché perduto negli ultimi anni: me lo ricordo – forse l’ultima volta che l’ho visto – in Via di Città, con Lorenzo e lui con un paio di stampelle. Direi febbraio dello scorso anno: se sbaglio, sbaglio di poco.

Ma un po’ lo seguivo, da lontano, e sapevo che era entrato nel mondo della scuola, e poi – da dottorando – dell’Università fiorentina: da quello che ho capito, la tesi cui stava lavorando era una ricerca sull’unicum antropologico della città, sul discorso relazionale come bene immateriale. Un lavoro a metà strada fra certe opere di Alessandro Falassi e l’approfondimento storico – per restare alla Tartuca – di un Giovanni Mazzini. Il rimpianto personale è di averlo perso quasi completamente di vista, proprio quando avrei potuto avere più cose da condividerci.

Questo, infatti, rappresenta un debordante elemento (aggiuntivo) di tristezza: la testa, i neuroni e le sinapsi di Laerte – abbinati alla sua passione – quanto ancora avrebbero potuto darci e dirci, se solo lui ne avesse avuto il modo ed il tempo? L’incidente maledetto se lo è inghiottito, proprio nel momento in cui era arrivato ad assaporare la scuola, l’università, le primissime gratificazioni intellettuali. Anche ad Oxford, pare che ci fosse interesse su di lui. Chissà. Era sbocciato, per intanto.

Potrebbe essere bello dare, per quanto possibile, voce pubblica alle sue ricerche, alle pagine da lui scritte, accogliendo le stesse in Sala storica, debitamente aperta per lui: noi – se del caso – ci siamo senz’altro; se accadrà, in qualche misura ci sarà anche lui…

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