Eretico di SienaL'eretico marsicano (II): Pescasseroli, bestie, Aschi (e 2 Ps) - Eretico di Siena

L’eretico marsicano (II): Pescasseroli, bestie, Aschi (e 2 Ps)

- 10/08/20

Prosegue il resoconto del tour marsicano dello scrivente, peraltro da ieri sera tornato a Sienina: seconda delle tre puntate, potremmo dire (materiale ce ne sarebbe per almeno una dozzina). In settimana, c’è da occuparsi anche di ben altro, per dirla tutta: don Giuseppe Conte, i parlamentari che ottengono i 600 euroni e molto altro, sono argomenti davvero inarrivabili…

PESCASSEROLI, DA CROCE AL CAFONAL

Nel suo misconosciuto libriccino sulla natìa Pescasseroli (ove tornò solo 44enne), Benedetto Croce ricordava che, ai suoi tempi, dalla cittadina si usciva solo a dorso di mulo, e non si stenta affatto a crederlo, data l’orografia; era il luogo dal quale partiva quel rito – anche drammatico: si pensi ai pastori, men che adolescenti, che partivano, sottratti alle famiglie – della transumanza, perchè proprio da Pescasseroli parte il tratturo che portava a Candela, nel Foggiano (tratturo oggi in larga parte recuperato); poi, il borgo è diventato il cuore del Parco nazionale dell’Abruzzo, che qui fu inaugurato il 9 settembre del 1922 – come ricordato all’ingresso del paese da una incisione ad hoc sulla pietra calcarea -, anche grazie all’illuminata azione della potente famiglia Sipari, cognome della famiglia materna del Benedetto nazionale.

Cosa è oggi, invece, questo borgo? Come avevo già visto in una visita di una decina di anni or sono, Pescasseroli  è il luogo più in, più trendy del Parco stesso; da una parte, tenuto molto meglio di altri posti, con i gerani in stile Alto Adige a fare deliziosa mostra di sè ad ogni balconcino e finestra, o quasi; buen retiro di Dacia Maraini e non solo; dall’altra, è anche un contesto un po’ cafonal, con un turismo che, in parte almeno, non si capisce se ami di più il Parco, o il fatto di essere in una simil-Cortina incastonata nell’Appennino. Con chicche come quella del parcheggio a pagamento, prima di pagare il quale bisogna inserire il numero della propria targa: astuzia comunale, versus furbizia dei tanti romani e napoletani presenti, evidentemente maestri nel passarsi l’un l’altro il biglietto di ordinanza? Oppure come il lungo calesse che scarrozza i turisti per le vie del centro, trainato da 4 cavalli e guidato da una sorta di Checco Zalone che fa un po’ la guida e un po’ il guappo (e quando i quadrupedi sganciano robuste deiezioni, ecco che dal mezzo, con subitaneo automatismo, si sganciano – a guisa di novella verista fuori tempo massimo – due ragazzetti che puliscono il tutto e risalgono in “carrozza”).

In ogni caso, consoliamoci con il fatto che il settecentesco Palazzo Sipari – ove al secondo piano nacque, il 25 febbraio del 1866, il futuro don Benedetto – è, almeno d’estate, ancora ben attivo, e può capitare di arrivare, in un tardo meriggio di inizio agosto, e di godersi a sorpresa una stimolantissima conferenza su “Croce e Gentile”, con la gloria locale presentata in modo intelligentemente non agiografico dal giovane ma ben promettente professor Lorenzo Pizzichemi; e prima di essere accusati di essere vacanzieri snob e troppo dediti alla Cultura, si aggiunga che, prima di immergerci nel finale della succitata conferenza e di fare anche un magistrale (ovvio, no?) intervento in calce alla suddetta, lo scrivente era entrato a bere un ginseng in un barrino, di biliardo munito, in cui – in un linguaggio che avrebbe avuto bisogno di sottotitoli – un signorotto locale pontificava del Napoli e della Lazio, davanti agli astanti che giocavano a carte. Il tutto, davanti alla Via del Palazzo Sipari. Una scena che, più che Croce, avrebbe fatto felice il Vico: in un secolo e mezzo, il benessere ha cambiato i pescasserolesi, ma, forse, solo fino ad un certo punto…

 

BESTIE ( UMANE)

Della questione dell’orso si è già scritto in abbondanza (vedasi pezzo pregresso), e non è il caso di tornarci, se non per aggiungere che – dopo la fiammata iniziale del lunedì sera e del martedì mattina -, non ho più avuto il piacere di incontrarlo: è rimasto una entità potenzialmente vicina, pronta ad apparire da un momento all’altro, ma del tutto sfuggente. Me ne ne sono fatta una ragione senza particolari drammi, e senz’altro il tutto è pesato di più alla giovane coppia presente in albergo, capace di alzarsi alle 5 di mattina per cercarlo (e fotografarlo): ma senza alcuna fortuna, almeno per un paio di giorni.

Semmai, va sottolineata una cosa, con profonda amarezza: nella terra degli orsi – come scritto, a rischio idolatria -, è altresì presente, e non poco, la autentica piaga dell’abbandono (soprattutto estivo), dei cani; non solo vigliaccamente abbandonati, ma crudelmente torturati, non di rado: sentito ieri a Pescina (di cui si scriverà), un signore che raccontava di averne salvato uno – che adesso si porta in giro con legittimo orgoglio padronale – il quale, dopo avere avuto la trachea ustionata (!), era stato impiccato, fortunatamente senza successo. Ma si può?

Sappiamo bene che la civiltà di un popolo si arguisce – almeno così sosteneva, nell’Ottocento, fra gli altri, financo un certo Giuseppe Garibaldi – da due elementi: dal trattamento riservato dai vivi ai morti, e dal modo con il quale ci si approccia alle bestie (quelle non umane). Ovviamente con tutte le lodande eccezioni del caso (il signore di cui sopra, o per esempio la proprietaria stessa del mio albergo, la quale accudisce un cane che vagava, cieco, per strada), nel caso dell’Abruzzo il saldo fra “buoni” e “cattivi”, in questo senso, sembra tristemente pendere a favore dei secondi.

ASCHI, FOTOGRAFIA DELLA BRUTTEZZA

A metà strada fra San Sebastiano dei Marsi (ove albergavo) e la deliziosa Ortona (dei Marsi, da non confondere con quella sul mare), sulla Provinciale della Marsica, ad un certo punto ci si imbatte in un cartello che indica la località denominata Aschi, a 3 km dal cartello stesso. Invogliato da questo curioso nome (facile capire il perchè), ho deciso di inerpicarmi in quei tre chilometri di tornanti incastonati in mezzo ai monti, aridi e brulli (sì, perchè nella Marsica curve ce ne sono ad ogni dove, tornanti non molti: in questo tragitto, i secondi quasi superano le prime).

Le aspettative erano in effetti bassine, diciamocela tutta: nessuna guida ne parla, niente di notevole sotto il sole si preannunciava; ciò detto, approdato in cima ai tornanti, mi si è parato innanzi uno spettacolo di bruttezza talmente accentuata, da restare indelebile fino ad Alzhemeir all’ultimo stadio. Più che nella Marsica, sembrava di essere in un paesino (un centinaio di abitanti) del New Mexico come lo mostrano negli spaghetti western, dai migliori (Leone-Morricone), ai peggiori epigoni.

Dalla chiesetta, in puro stile “neobrutto” (fortunatamente sbarrata a chiunque), che costituirebbe l’acropoli del posto, l’orrido centro abitato si dipana in tre viuzze che hanno l’unico pregio di essere geometricamente simmetriche (Aschi, civitas more geometrico demonstrata?); financo la piazza (chiamiamola così), è non solo del tutto anonima – che sarebbe già un mezzo successo -, bensì proprio mal tenuta, sciatta all’ennesima potenza: brutta senz’anima, potremmo chiosare; potrebbe essere vagamente ingentilita da tre vasi di gerani, posti al centro della stessa, se solo qualcuno degli autoctoni avesse voglia di fare il supremo sforzo di innaffiarli. Esiste solo un bar (un saloon, sarebbe meglio dire?), in tutto il paesino, dal nome suggestivo e poetico (“La tana”), e di solito Zeus solo sa quanto mi piaccia entrare in questi luoghi, ma in questo caso mi astengo, pur pentendomene subito dopo (ah, i bar malfamati che non visitai…).

Ho anche la ventura di scambiare quattro chiacchiere con un autoctono – che ha messo denaro in casa Mps, eh -, il quale ha fatto per anni la spola fra il paesello e Roma (professione amministrativa, diciamo); parla che sembra il De Luca di Crozza, ma è simpatico ed affabile, e pare non avercela con i runners; dopo un primo approccio, il colloquio continua con lo scrivente sul piano della strada, e lui sopra, su di una terrazza con un paio di trecce di aglio in bella vista. “Qui, con 700 euro al mese vivi bene”. Vorrei rispondergli ciò che penso, ma rientro in macchina, che, forse, è meglio così, e per tutti…

 

Ps 1 Ieri ci ha lasciato, a soli 57 anni, Luca Baroni, uno dei custodi storici del Campo scuola Renzo Corsi; più che un custode, un affabulatore dei frequentatori del luogo; con lo scrivente, l’argomento preferito era l’enogastronomia, che è per tutti un gran piacere dell’esistenza, e per lui, forse, anche più della media. Era persona ontologicamente sprizzante simpatia, e ci amareggia molto la sua prematura scomparsa. Le sue battute bonarie ogni “camposcuolino” se le porterà dentro, e non è poco.

Ps 2 Nella settimana marsicana, si è fatta una escursione anche nella zona detta “La camosciara”, non lontana da Pescasseroli ed Opi: gran bel posto, con sentieri davvero per tutti i gusti; scendendo dal rifugio (quota 1400 abbondanti) cui ero approdato, vedo – e soprattutto odoro – un signore che sfumazza il suo sigaro, impuzzolendo di brutto la celestiale aria, mentre cammina. Avvicinandomi, sento una parlata nota; avvicinandomi ancora di più, lo riconosco: è Simoncino Grassi,compagno di tante avventure pedatorie, che invece dei camosci forse sperava di vedere una civetta. Quando si dice che il mondo è piccolo, ciò vale anche per il Parco nazionale dell’Abruzzo (ora bisogna aggiungere anche del Lazio e del Molise). La cosa ulteriormente curiosa è che, per l’appunto a Siena tornato, vado lunedì sera a fare una passeggiatina post cenam, e me lo ritrovo sulla via (cosa che non accadeva da anni)…

6 Commenti su L’eretico marsicano (II): Pescasseroli, bestie, Aschi (e 2 Ps)

  1. Quello di Via delle Vergini scrive:

    Questa storia dei cani abbandonati è davvero vergognosa, oltre che essere un reato. Anche io, andando sulla Maiella anni fa, avevo notato questa vergognosa piaga sociale. Conservare come signori gli orsi e trattare come..cani i più fedeli amici dell’essere umano.
    Su Simone Grassi, si può fare riferimento alla civetta, ma anche alla TALPA…

    • Gras_Simo scrive:

      pesantuccia i-men

      • Simone G scrive:

        Un grande piacere averti incrociato sulla Camosciara! E anche alla Lizza s’intende.
        Grandiosa la disamina sull’orsolatria, purtroppo non è talpolatria ma ce ne faremo una ragione.
        Un abbraccio
        Simo

        • Eretico scrive:

          Grazie Simoncino, e vediamo se – invece che a quota 1400 – la prossima volta ci si incontra ancora più in alto (la Lizza non fa testo, suvvia)!

          Ad majora, l’eretico

  2. Anonimo scrive:

    Caro professore
    Mi capitò di fare un giro dell’Abruzzo circa 20 anni fa. I tempi già erano cambiati dalla modernità. E tantissimi erano emigrati. Ricordo di quelle terre aspre ma così belle che solo una fiorente civiltà passata Aveva creato. E anche la gente con carattere tosto ma accogliente faceva la differenza. E poi un consiglio lascia perdere le piccole furberie della gente e un tono di colore. Forse se guardi la finanza mondiale e un pochino peggio. E basta con le critiche alla nostra gente. Che siamo i migliori del mondo…..
    Ho seguito dei seicento euro che li hanno presi anche i deputati. Poveretti.. mia figlia ho detto. Questi non sanno quello che fanno. Già … Finiranno nella trappola della liquidità.

  3. foloso scrive:

    Ciao Eretico, ho trascorso 4 giorni lo scorso Luglio proprio a Pescasseroli godendo delle splendide faggete del Parco e della cucina abruzzese.
    Terra meravigliosa e temperatura fantastica .

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.