Eretico di SienaLa domenica del villaggio: bagatelle svedesi (e 3 Ps senesi) - Eretico di Siena

La domenica del villaggio: bagatelle svedesi (e 3 Ps senesi)

Eccoci al consueto appuntamento cultural-domenicale, oggi di fatto monografico (ma con tre robusti Ps senesi), nella domenica in cui il Santo Padre furoreggia meritoriamente in Iraq, in una visita che ci vuole poco a definire storica (peraltro, senza alcun distanziamento e mascherine: si fa per dire, eh); puntata monografica, tornando a noi, dedicata alla Svezia: la decisione deriva dall’avere seguito parte del Festival organizzato dalla meritoria casa editrice Iperborea – specializzata in Letteratura dei Paesi nordici -, evento che si è svolto lo scorso fine settimana; molto da dire: c’è l’attualità (con la gestione, così distonica rispetto al resto dell’Europa, del Covid), ma c’è anche moltissimo altro (libri, Historia, idea di società, financo figure come Ibrahimovic e Greta).

LA GESTIONE DEL COVID

La gestione del Covid 19 ha visto la Svezia al centro del dibattito mondiale, a causa della modalità totalmente aperturista (ma nel senso svedese che vedremo) del Premier socialdemocratico Stefan Lovfen, quantomeno fino a gennaio 2021; ognuno ha le sue idee, e deve ragionare con la propria testa: indubbiamente, l’analisi del Caso-Svezia dovrebbe quantomeno aprire un dibattito. Vediamo i dati disponibili: su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti (ergo, un sesto dell’Italia), la Svezia ha totalizzato (al 24 febbraio, fonte Adn Kronos) 12.793 deceduti. A livello di morti, vuol dire che essa ne ha avuti molti di più delle dirimpettaie nordiche (Danimarca, Norvegia, Finlandia), ma anche che i decessi sono stati inferiori a quelli italiani, nel rapporto fra abitanti e morti: tutto ciò, non avendo mai effettuato alcun lockdown coatto (le prime leggi sulla pandemia, sono come detto del gennaio del 2021!), ma essendosi limitata ad una forte azione di moral suasion nei confronti dei suoi cittadini, nella piena tradizione del pedagogismo del Welfare state socialdemocratico nordico, che si prefigge di indicare, senza obbligare.

A livello comunicativo, poi, nessun “balletto dei virologi”, nessun esperto che abbia detto di non volere più intervenire (presenziando invece ogni singolo giorno in tv): tutto affidato all’epidemiologo Anders Tegnell, sin dall’inizio della devastante pandemia.

Sappiamo altresì che il Re (siamo in una Monarchia costituzionale, plasmata sul modello anglosassone), Carlo XVI, il 17 dicembre 2020 ha criticato con durezza l’operato del Governo, così come, d’altro canto, è documentata una esplicita lode dell’Oms a favore del “modello-Svezia” sulla lotta anti-Covid (dal New York post del 29 aprile); di certo, in Italia del caso svedese si è parlato molto solo nei momenti di crisi del modello stesso, quasi mai nei momenti in cui questo tipo di approccio sembrava funzionare in pieno, con il vantaggio – il quale non dovrebbe parere cosa da poco – di preservarci dal milione aggiuntivo di nuovi poveri certificato dall’Istat in settimana (poveri che vivranno molto peggio il periodo che gli resta da vivere, e la cui speranza di vita va ad abbassarsi in modo drastico, con ogni evidenza).

Il tema è, all’interno della comunità svedese, a dir poco divisivo; la scrittrice Elizabeth Asbrink – la nostra guida odierna – ci informa (Lettura del Corriere della sera, 21 febbraio, pagg. 30-31) che “il conflitto fra queste due immagini (di gestione del virus, ovviamente, Ndr) sta in Svezia dividendo intere famiglie e mettendo gli amici gli uni contro gli altri. Conosco persone che riescono a salvaguardare le proprie amicizie solo evitando di parlare del virus: cambiare argomento è l’unico modo per trovare un terreno comune”.

 

UNA TERRA CHE HA BISOGNO DI AUTOSTIMA?

La Svezia è una Nazione che, forse, ha sempre avuto bisogno di dosi non omeopatiche di autostima; prendiamo il Seicento: divenuta, con la Guerra dei 30 anni, una grandissima potenza militare, quello svedese era considerato un popolo di barbari o giù di lì. Straordinari guerrieri, fra i migliori d’Europa, ma a zero come Arte e vivere civile (curioso assai, che una delle popolazioni più bellicose dell’evo moderno, poi sia rimasta di fatto a guardare nel Novecento, nel corso delle Guerre mondiali…).

Ecco che arrivò un medico (scopritore del sistema linfatico, fra le altre cose: il nostro Mascagni è ben posteriore), Olaf Rudbeck, il quale scrisse un libro fondamentale per l’autostima svedese, secondo il nostro “Virgilio svedese” (la succitata Asbrink): “Atlantica” (prima pubblicazione, 1679), non a caso amatissimo dall’allora monarca Carlo XI. Facile capirne il motivo: si riprendeva pari pari – con una sorprendente ibridazione fra grande Nord e civiltà mediterranea – il mito greco di Atlantide (Platone, Erodoto et alii), e lo si geolocalizzava proprio in Svezia. Ove avrebbe albergato il popolo degli iperborei: i quali erano talmente buoni e felici da vivere in eterno, e in questa loro eternità erano stati i demiurghi dell’alfabeto e dell’architettura (e siamo nell’era avanti-Ikea, eh…). Insomma, quest’opera – insieme alla “Suecia antiqua et hodierna” di Eik Dahlberg, coeva – si prefiggeva di dire agli Svedesi che non dovevano più avere imbarazzi ad essere tali, anzi ne dovevano essere orgogliosi.

Con i secoli, una parte di essi forse ha preso sin troppo alla lettera il buon Rudbeck, nel senso che nel Novecento, allorquando la socialdemocrazia in formato svedese ha preso quasi ininterrottamente il potere, impostando le sue avanzatissime politiche di Welfare (l’Emilia dei tempi d’oro era indietro, rispetto a loro: il ché, è cosa notevole da dirsi), la Svezia ha iniziato a porsi come faro per il resto del mondo; fino a divenire, con il compianto Palme (ucciso da un fanatico politico a metà degli Ottanta), un autentico “moral super power”, secondo la definizione, calzantissima, della Asbrink.

Qualunque cosa se ne pensi (per quanto ci riguarda, il positivo supera di molto il negativo), una figura come Greta Thunberg è davvero un autentico prodotto della Svezia socialdemocratica, in una linea continuistica con la figura di Palme; come aggiunge la Asbrink, “non solo Greta non potrebbe essere francese o italiana (basterebbe solo il suo Inglese così fluente, a renderla non credibile, purtroppo, Ndr), ma neanche danese o norvegese”.

 

IBRAHIMOVIC  (E LE DONNE)

Di famiglia croato-bosniaca, in 25 anni Zlatan Ibrahimovic, da “non svedese” quale era considerato, è diventato “il più svedese di tutti”; la Asbrink ricorda – in una intervista registrata domenica scorsa, al prima citato festival organizzato da Iperborea – come in Svezia la Volvo  (macchina simbolo, una sorta di Fiat svedese) si sia affidata a lui, per uno spot in cui il debordante ego del calciatore, peraltro, ha rischiato di oscurare il prodotto pubblicizzato. Comunque, in virtù della forza dell’idea multietnica e dell’ ascensore sociale che almeno un pochino funziona ancora, il buon Zlatan è per l’appunto divenuto “il più svedese di tutti”, soppiantando gli Abba e Pippi calzelunghe. Insaziabile come è, dopo la recentissima performance festivaliera in Riviera, lo diventerà anche in Italia?

Poi, certo: c’è un’anima nera anche in Svezia, siamo più che d’accordo; pulsioni neonaziste, discese negli inferi psicologici come quelle narrati da Stieg Larssonn in molti suoi libri (ricordate “Uomini che odiano le donne”? Correva l’anno 2005), per non parlare dell’inquietudine di fondo, nonché del rapporto con la morte, dei capolavori cinematografici di Ingmar Bergman. E soprattutto, a Stoccolma e dintorni colpisce un conformismo di fondo della popolazione: abituato ad essere guidato dallo Stato “dalla culla alla tomba”, lo spirito critico dello svedese medio tende ad assopirsi un po’. Qualche volta, anche parecchio.

E che dire, infine, delle donne, in prossimità dell’8 marzo? Per la Asbrink, “la Svezia è uno dei posti migliori al mondo per essere donna”; noi, fermi forse ai luoghi comuni (che poi non erano solo tali) sulle nordiche anni Settanta, ci siamo persi il fatto che le donne in loco lavorano, perchè il Welfare ti fa pagare sì tasse alte, ma ti offre fior di servizi. Mentre in Italia ci perdiamo con le inascoltabili polemichette terminologiche sul “Direttore” e sulla “Direttora” (e, en passant, ci troviamo al fantastico risultato uscito ieri: 70% la quota di posti di lavoro persi dalle donne durante la pandemia, su un totale di 444mila, fonte Sole 24 ore), in Svezia invece si offre lavoro alle donne, e lo si mantiene. Pensate un pochino, questi iperborei…

 

Ps 1 Ieri si è svolta la corsa ciclistica Strade bianche (complimenti al vincitore, Van Der Poel, che viene dal cross); il passaggio, quasi finale, del percorso dalla Strada dei Cappuccini, davanti ai luoghi tozziani per eccellenza, può servire per ricordarci che Federigo Tozzi era un grande appassionato di ciclismo, ed era capace di concedersi percorrenze non irrisorie.

Ps 2 Il 4 marzo 1921, ci fu l’attacco fascista alla Casa del popolo di Via Pianigiani: in occasione del centenario, se ne è parlato in un incontro svoltosi in settimana, organizzato dalla CGIL; ne approfittiamo per chiedere, in calce al pezzo, un sintetico resoconto dell’evento al “nostro” Gabriele Maccianti, il quale era fra i relatori.

Ps 3 Uto Ughi, da mesi collaboratore de La Verità, ha scritto giovedì un gran bell’articolo sulla Chigiana, da lui frequentata sin da studente (“Il sacro vincolo tra allievo e maestro ha reso grande l’Accademia Chigiana”, pag. 21). Ne citiamo giusto un passo, ad perpetuam rei memoriam, come era aduso appuntarsi il Conte Chigi Saracini: “Un solo uomo aveva creato l’unica scuola in grado di offrire una preparazione di qualità superiore, che in Italia fino ad allora mancava…Le lezioni erano gratuite e gli allievi potevano seguirle senza nessuna limitazione. Si aveva l’incredibile opportunità di seguire i corsi di Casals, Segovia, Casella, Enescu, Cortot, Menuhin, Celibidache, Germani”. Quando si dice il mecenatismo, eh: quello di una volta, però, perché ora chi ha i soldi veri – come li aveva il Conte – tende a tenerseli per sé. Sarà un segno dei tempi…

 

10 Commenti su La domenica del villaggio: bagatelle svedesi (e 3 Ps senesi)

  1. Il resiliente scrive:

    Nei secoli la Svezia ha imparato a valorizzare l’arte della neutralità. Oggi la Volvo è di proprietà cinese ma nell’ultima asta 5g le aziende di Pechino sono state escluse.
    Su dinamiche familiari/sociali mi hai fatto ricordare il film di un regista svedese “Forza maggiore”.

    Senza scomodare il mecenatismo, oggi ci potremmo accontentare di non veder eluse le imposte dovute (il fondatore di Ikea è stato per gran parte della sua vita “svizzero” come tanti im-prenditori italici).
    A Siena comunque, data la mancanza di una classe imprenditoriale, non si pone neanche il problema.

    Strade bianche due ore di pubblicità in mondovisione. Un modello da replicare, anche obtorto collo, in altri ambiti per chi dovrà vocarsi al turismo per necessità.

    Dopo aver vaccinato gran parte della popolazione Israele ha iniziato a riaprire.
    Noi siamo fermi alle prediche di fratello speranza.

  2. UNO DI STROVE scrive:

    Molto interessante il pezzo extra moenia dell’Eretico, una boccata di ossigeno rispetto alla angusta vita che ci tocca in questo amaro periodo. Lo sosteneva anche Socrate che il saggio deve sapere viaggiare con la mente, e un contributo come quello che si legge in questo blog è uno stimolo ulteriore.

  3. Daria gentili scrive:

    A parte la Svezia, che già sapevamo aveva adottato una strategia anti Covid diversa dalla ns., sembra che anche in altri paesi – come l’India – che non hanno optato per un lockdown stringente e neppure per una vaccinazione di massa, i contagi siano calati drasticamente. Inoltre è di giorni fa la notizia che la rivista “ Science” ha pubblicato un articolo di tre studiosi americani che criticano il regime del lockdown duro, affermando che se l’epidemia non viene fatta girare c’e Il rischio che duri anni……….misteri a cui mi piacerebbe avere risposte, specie in un momento come l’attuale in cui i ns esperti del cts, a cui fa eco il ministro Speranza, spingono nuovamente per una nuova chiusura totale.

  4. Gabriele Maccianti scrive:

    Visto che il “padrone di casa” mi chiama in causa …
    Lodevole e importante la ripubblicazione, dopo un secolo, grazie a Paolo Leoncini, Luca Betti e alla Cgil, de “Gli unni moderni”, instant book di Guglielmo Boldrini, il leader degli anarchici di Siena, dell’assalto subito dalla Casa del Popolo, Boldrini visse la drammatica vicenda dall’interno, subì qualche percossa al momento della resa (ad altri, come Cavina e Minutelli, andò peggio) e fu poi incarcerato per alcune settimane prima di essere liberato (poi, qualche anno dopo, fu assegnato al confino). Bisogna precisare che l’assalto – conseguenza dei violentissimi scontri di Firenze e dell’eccidio di Empoli: 31 morti e centinaia di feriti – fu materialmente effettuato dai fanti dell’87° fanteria e dai carabinieri della stazione di Siena – resi oltremodo aggressivi dalla morte di nove tra marinai e carabinieri a Empoli, uccisi per uno spaventoso equivoco da nuclei prevalentemente composti da comunisti – mentre i fascisti, ancora poco numerosi, furono protagonisti solo, o quasi, della devastazione e dell’incendio seguiti alla resa.
    Che il fascismo prendesse il potere non era scritto da nessuna parte; fu molto aiutato da una parte dalle rivalità tra i leader liberali e dalle preoccupazioni dinastiche del sovrano e dall’altra – involontariamente – dalla propaganda incendiaria dei socialisti massimalisti e da quella settaria dei frazionisti di Bordiga, fatti che attenuarono la portata di alcuni errori politici comunque commessi da Mussolini e dalla crescente riprovazione per le ripetute efferatezze commesse dalle Squadre d’azione. Fu una vicenda complessa e tortuosa – così com’è la vita – che troppo spesso viene semplificata e appiattita, dunque banalizzata. Come tutta la storia, del resto, troppo spesso ridotta a santino, a galleria degli orrori o a “gombloddo”. La scuola, per prima, dovrebbe tornare ad alzare l’asticella: per farla saltare a tutti, è stata distesa per terra.

    • Eretico scrive:

      Grazie caro,
      direi ottima sintesi (l’eccidio empolese è meno conosciuto di quanto si dovrebbe); quanto alla scuola, a questo punto giova rassegnarsi: a parte i ragazzi che hanno il combinato disposto del tandem genitori ben informati-professori assai in gamba, la partita è persa. Game over…

      L’eretico

  5. alberto bruttini detto "il Cacaccia" scrive:

    Ciao Giorgio,
    conoscerti è stato un vero privilegio

    • Eretico scrive:

      Caro Alberto,
      ne scrivo in giornata (della scomparsa di Giorgino Brenci), se trovo il tempo…

      L’eretico

  6. quello di gracciano scrive:

    Speranza è indifendibile,fallimento completo sia dal punt di vista sanitario che da quello economico

  7. Gp scrive:

    A proposito dei vecchi luoghi comuni sulle svedesi, tutte le volte che ne sento parlare purtroppo mi sovviene una poesia molto ermetica del compianto Beppe Lo Squalo

  8. Fede Lenzi scrive:

    Della Svezia mi viene in mente, a parte un epico biscottone, il film The Square, molto particolare, a tratti inquietante. E qualche tempo fa vedemmo un altro film dello stesso regista, con protagonisti degli adolescenti: Play. Sono stato a Stoccolma in vacanza, tra l’altro per seguire le orme di Malaparte e sui passi di Rino Gaetano, e ne conservo un bel ricordo, come dentro un acquario.

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