La bussata a Trump (e bufala Rossi)
In un contesto di guerra ibrida ormai piuttosto conclamata (a parte per i criptoputiniani, sempre più numerosi in Italia), con aerei e strutture, pubbliche e private, a rischio sistemico di default (tenere contanti a portata di mano, mi raccomando), noi si pubblica il nostro pezzo settimanale, ovviamente dedicato alla “bussata” riservata finalmente a Donald Trump, con in seguito – altrettanto ovviamente – un Ps specifico sulla bufala Rossi, con gli ultimissimi aggiornamenti, a meno di un mese dall’uscita del libro, Deo adjuvante (ed un Ps è davvero doveroso, per il Tinto nazionale)…
LA BUSSATA A TRUMP
La sconfitta era ampiamente nell’aria, certificata dai sondaggi (i quali però, due anni fa, avevano fragorosamente fallito), ma l’entità della sconfitta – così devastante, da fare implodere lo scenario politico USA – certo che no.
Più dell’etica, della analisi geopolitica, ha potuto la pompa: non si deve essere grandi pensatori, per vedere che i nefasti effetti della scellerata guerra in Iran hanno portato a questo (detto anche da Vance, peraltro). Gli statunitensi hanno in primis un’anima pragmatica: se tu mi chiedi il voto per fare arretrare l’inflazione, e poi fallisci di brutto, il voto non te lo assegno più. Ricordatevi che molti americani sono del tutto favorevoli alla pena di morte, perché la death penalty riduce (almeno in teoria) i tempi di permanenza in carcere del colpevole, o presunto tale: il quale, così facendo, non grava per troppo tempo sulle tasche dei contribuenti (vitto, alloggio e via discorrendo).
Trump è finito, dunque: lo si disse anche dopo i fatti di Capitol hill agli inizi del 2021 (Bolsonaro senior, per la stessa cosa, sta languendo nelle galere brasiliane), ora lo dice la volontà popolare ed anche l’età; e non a caso, i suoi due di fatto vice – Rubio e Vance – sgomitano per smarcarsi da lui, e cercare di rifarsi una mezza verginità politica.
Come abbiamo scritto tante volte (anche nei momenti di suo vento in poppa), con Trump la questione è di fatto metapolitica, sfociando nella pura psichiatria: come dimostrato dalla frase secondo la quale, se il suo nome fosse stato sulla scheda, i repubblicani martedì avrebbero stravinto (piena consapevolezza del contesto, non c’è che dire: chapeau!).
Se a The Donald fosse stato assegnato – contro ogni evidenza, si capisce – il Nobel per la Pace (mancato riconoscimento mai elaborato), il suo ego, pacificato almeno su questo, avrebbe virato per il pacifismo: ne siamo sempre più convinti; sarebbe diventato gandhiano: forse qualche guerra l’avrebbe risolta davvero, e verosimilmente non avrebbe mai aggredito l’Iran. Ed il 3 novembre, avrebbe, se non trionfato come nel 2024, comunque vinto…
LA VITTORIA DEI DEMOCRATICI
Che i democratici americani abbiano vinto (anzi, stravinto), non vi è dubbio alcuno; sul perché abbiano stravinto, invece, dubbi ve ne sono. A parere dello scrivente, grandissima parte del lavoro se lo sono trovato già fatto dallo psicolabile che alberga fra la Casa bianca e la Florida (unico Stato importante rimasto repubblicano, en passant). Trump è diventato il classico candidato-respingente, come si usa dire nella Scienza politica: moltissimi di coloro che l’avevano votato – si pensi alla foltissima comunità ispanica – gli si sono rivoltati contro. Un classico della politica, in particolare di quella stars and stripes.
Riuscire a passare da un potenziale Nobel per la Pace ad essere il demiurgo di una guerra insensata e controproducente (fra l’altro, allo stato delle cose, anche perduta), la quale ha fatto impennare l’inflazione persino negli States, in teoria autosufficienti da anni per il greggio grazie al fracking, è solo uno dei capolavori al contrario di Trump. Non citiamo gli altri tre o quattro principali, per mere ragioni spaziotemporali, diciamo.
Se le Midterm erano un sondaggio sul gradimento su Trump (corretto), erano anche uno stress test per l’unità del Partito democratico: quando si stravince, si tende a vedere tutto roseo, è umano. Le differenze fra l’area liberal – di centrosinistra, per usare le nostre categorie politologiche -, e l’ala radicale, però, non solo esiste, ma pare essersi allargata vieppiù.
Le Primarie per le presidenziali del 2028 si annunciano davvero all’ultimo sangue. E se di là, nel Grand old Party, si capisce che ci sarà un testa a testa fra Rubio e Vance, fra i Democrats chi prevarrà? Invece di una lotta a due, potrebbe essercene una a 4,5,6,7…
LA QUESTIONE ISLAMICA
Sia negli States che a casa nostra, i media di destra lo stanno enfatizzando, non c’è dubbio alcuno: sembra che, da un momento all’altro, una nuova Lepanto ci attenda; ma che il problema islamico, legato al dato elettorale, ci sia, non deve essere messo in soffitta alla stregua di cosetta bagatellaria. Sarebbe un errore madornale: negli States, come da noi. Ed il rischio concreto che ciò accada – sia negli States, che da noi – è veramente evidente.
Che la longa manus di associazioni di pressione islamica, di autentiche lobbies insomma, sia ben dietro al successo democratico, lo scrivono e lo rivendicano loro stesse, e con legittimo orgoglio: si prenda il Council on American-islamic relations (Cair), il quale scrive che oltre l’80% degli islamici ha votato democratico; con un’aggiunta: il Cair ha provato a fare lobby anche laddove candidati islamici non erano in alcun modo presenti, per favorire comunque la vittoria dem.
Il pluralismo è sempre stata la carta vincente del melting pot americano: a questo giro hanno vinto presbiteriani (come, in Texas, Talarico), ebrei (Ossop), per l’appunto islamici come El Sayed in Michigan. Tutto ciò, in sé e per sé, sarebbe cosa buona e giusta: è il melting pot, per l’appunto. Il problema è se ci siano per esempio finanziamenti di Stati islamici – Iran, Qatar ed altri – dietro il prima citato Cair: elemento, secondo fonti che sembrano qualificate, assai probabile.
Crediamo insomma che non sia una pretesa di troppo, il pretendere massima trasparenza su questi finanziamenti; come su quelli di Big tech: perché il voto negli USA di martedì è stato anche un voto sulla – e ben contro, in maggioranza – Intelligenza artificiale ed i Data center. Se ne riparlerà, se ne riparlerà…
Ps 1 Mercoledì scorso, alla veneranda età di 93 anni, il regista Tinto Brass ci ha lasciato; veneziano, da lunghi anni residente a Roma, è stato un personaggio davvero atipico nel mondo della cinematografia italiana: aveva iniziato come regista d’avanguardia, un po’ nouvelle vague in salsa italiana (alla Mostra del cinema di Pesaro, nel 1989, vidi “Chi lavora è perduto” – uscito nel 1963 -, e ne rimasi assai colpito: ignoravo che esistesse un Brass tutt’altro che erotico!); poi, iniziato il filone erotico, non ne uscì più, scandalizzando benpensanti e mondo femminista ad un tempo: non cosa da tutti, va detto.
Nel 1983, con “La chiave”, sdoganò due tabù: il cinema erotico autoriale, nonché la figura di una donna (meravigliosa, ma la quale aveva quasi superato – come avrebbe chiosato il Manzoni – “l’età sinodale dei 40”) capace di darsi all’amore, inteso solo e soltanto come piacevole godimento. Non poteva che essere Stefania Sandrelli: la quale, all’epoca, aveva 37 anni…
Ps 2 Bufala Rossi: settimana piuttosto tranquilla, questa ormai in conclusione (quantomeno rispetto alle scoppiettanti pregresse), alla vigilia della ripresa delle audizioni di martedì prossimo, quando verrà ascoltata la segretaria mantovana di David Rossi, e si parlerà – ve lo anticipiamo in mondovisione – anche della mitica valigetta nera che il manager avrebbe avuto spesso con sé in terra mantovana. Quella a cui sarebbe stata interessata la andrangheta, come si dice in Commissione.
Nel frattempo, una domanda ai lettori: ormai tutti presi dal tandem Mussari-Ceccherelli, si potrebbe sapere che fine ha fatto il duo Fava-Giusti, per circa 6 mesi (non sei minuti, sei mesi!) indicato come protagonista criminale di quel 6 marzo? Il presunto palo ed il presunto assassino, che fine hanno fatto, di grazia?
Restando ovviamente in modalità pop corn, si attendono (si attenderebbero) risposte: le quali non ci saranno, perché il pericolo dell’uomo nero ed incappucciato davanti a casa sua è ben tale, e dunque il Presidente Vinci ha cose assai più importanti e cogenti di cui occuparsi…








